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Ercole I d'Este. La visione di una città moderna tra arti e urbanistica

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Ferrara - 1431
Ferrara - 1505
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Secondo Duca di Ferrara, Modena e Reggio dal 1471

Ercole I, figlio di Niccolò III e fratello di Leonello e Borso, è stato uno dei regnanti più longevi di Casa d’Este (34 anni di governo), grazie soprattutto alle sue spiccate doti diplomatiche e all’avversione alla guerra. Su questa tendenza molto hanno influito la ferita subita da giovane in battaglia che lo rese zoppo, e la bruciante sconfitta con Venezia, l’unica guerra in cui fu coinvolto come Duca.

In un così lungo periodo di pace, la città di Ferrara si sviluppò enormemente, espandendo il proprio territorio fino a raddoppiarlo  e dando spazio, in parallelo, alle arti e la cultura, in particolare al teatro e la musica, vere e proprie passioni per Ercole I, che trovarono in questo periodo un terreno molto fertile. La corte estense divenne infatti tra le più raffinate d’Europa grazie anche ai famosi spettacoli teatrali in grado di richiamare a Ferrara l’alta aristocrazia della Penisola, mentre nel campo musicale arrivò a competere addirittura con la Cappella Pontificia Sistina. Doti di diplomazia e cultura furono trasmesse ai suoi numerosi figli, che diventeranno figure centrali del Rinascimento italiano e importantissime “pedine” nello scacchiere delle alleanze.

L’educazione napoletana

Ercole nacque a Ferrara il 24 ottobre 1431 da Niccolò III (che aveva al tempo 48 anni) e da Ricciarda da Saluzzo, sposata in terze nozze, ed è quindi fratellastro di Leonello e Borso nati dall’unione con Stella dei Tolomei dell’Assassino.

Della sua infanzia non si hanno molte notizie, ma è certo che in seguito alla salita al potere di Leonello, Ercole e il fratello minore Sigismondo furono inviati a vivere alla corte napoletana di Re Alfonso I (al tempo suocero di Leonello), anche per evitare eventuali problematiche sulla legittimità della successione. Qui crebbero insieme a Ferrante, figlio naturale del Re, ricevendo un’adeguata formazione militare e cavalleresca. In questo contesto, Ercole si trovò coinvolto in un clamoroso voltafaccia, voluto da Borso che nel frattempo era salito al potere alla morte del fratello Leonello: gli fu ordinato di passare a servizio di Giovanni d’Angiò, Duca di Calabria e pretendente al trono di Napoli. In pratica si trovò a combattere contro il Re aragonese che lo aveva accolto a Corte. Questo tradimento portò ad anni di crisi diplomatica con Napoli, che si appianò solo grazie ad un intenso lavoro di ambascerie, fino ad arrivare a una nuova alleanza Aragonese-Estense, confermata nel 1472 con il matrimonio tra Ercole ed Eleonora d’Aragona.

Il rientro a Ferrara e l’incidente in battaglia

Nel 1463 Ercole e Sigismondo fecero quindi rientro a Ferrara con l’incarico di Governatori, rispettivamente di Modena e di Reggio. Fu in questo periodo che Ercole combatté al fianco dei veneziani a sostegno delle azioni antimedicee che si andavano attuando. Fu proprio nella battaglia di Molinella (vicino a Bologna) nel luglio del 1467, che Ercole, per salvare Bartolomeo Colleoni (condottiero arruolato da Venezia) ormai sopraffatto dall’esercito dei Medici guidato da Federico da Montefeltro, venne ferito gravemente ad un piede da un colpo di arma da fuoco, che lo rese zoppo e gli valse l’appellativo di “ciotto”. Questo episodio fu reso celebre grazie ai versi di Ariosto nell’Orlando Furioso (III, 46):

Ercole or vien, ch’al suo vicin rinfaccia,
col piè mezzo arso e con quei debol passi,
come a Budrio, col petto e con la faccia
il campo volto in fuga gli fermassi;
non perché in premio poi guerra gli faccia,
né, per cacciarlo, fin nel Barco passi.
Questo è il signor, di cui non so esplicarme
se fia maggior la gloria o in pace o in arme.

La congiura dei Pio

Nel 1469 gli fu invece proposto di partecipare ad un complotto ai danni di Borso, progettato da Gian Ludovico Pio, Piero de’ Medici e Galeazzo Maria Sforza, la cosiddetta “congiura dei Pio”. Ercole non si lasciò però tentare dalle promesse di territori e denunciò il fatto al Duca, che fece arrestare i congiurati. La fedeltà mostrata da Ercole fu ricompensata con la sua partecipazione al Consiglio Segreto a fianco di Borso. Il suo comportamento leale, se internamente alla Corte gli fece acquisire nuova stima, esternamente lo lasciò con ben pochi alleati in grado di sostenerlo durante una crisi di successione, fatto che avvenne l’anno successivo, quando nell’estate del 1471 la salute di Borso peggiorò precipitosamente. Ercole riuscì comunque a ottenere il titolo, ma non senza problemi. La rivalità con Niccolò, figlio di Leonello e possibile successore, fu lunga e aspra e, tanto che ci fu perfino un tentativo di avvelenamento ai danni di Niccolò, ospite nella corte di Mantova, da parte di un fedelissimo di Ercole. La situazione non cambiò nemmeno a seguito del rinnovo dell’investitura a Ercole da parte del Pontefice Sisto IV (al secolo Francesco della Rovere), e la parola fine arriverà solo nel 1476, con il tentativo di colpo di Stato da parte di Niccolò e la sua decapitazione.

1472, il primo anno da Duca

Il 1472 segnò un cambio di rotta nell’orientamento politico del Ducato: Ercole si allontanò dalla Repubblica di Venezia e si legò al Regno di Napoli mettendo fine, grazie al suo matrimonio, all’astio nato con il suo tradimento giovanile (comunque impostogli da Borso) nei confronti di Re Alfonso. Venne così concluso l’accordo per sposare Eleonora d’Aragona, figlia di Ferrante, amico d’infanzia di Ercole divenuto re con il nome di Ferdinando I, che si dimostrò una donna saggia e leale.

Il matrimonio avvenne per procura il 1° novembre 1472 e solo nel maggio dell’anno successivo il fratello di Ercole, Sigismondo, si recò a Napoli per accompagnare la sposa a Ferrara e per concludere il negoziato relativo alla dote. Nei primi giorni di luglio Eleonora raggiunse la sua nuova città, che la accolse con una settimana di grandi festeggiamenti, tra tornei e banchetti, in onore della nuova unione. La coppia ebbe una numerosa prole e alcuni dei loro figli diventarono tra le più importanti figure del Rinascimento: nel maggio del 1474 nacque la prima figlia femmina Isabella, futura Marchesa di Mantova, seguita nel giugno del 1475 da Beatrice, futura moglie di Lodovico Sforza e Duchessa di Milano, e finalmente nel luglio 1476 l’atteso figlio maschio, Alfonso, che succederà come Duca al padre Ercole. Seguirono altri 4 figli maschi: Ferrante, Ippolito, che diverrà un potente Cardinale, Sigismondo e Alberto.

Nello stesso anno, dietro il pagamento del censo annuo di 7.000 fiorini, Ercole ottiene dal Pontefice Sisto IV il rinnovo del titolo ducale su Ferrara per sé, per i suoi figli e i nipoti legittimi e naturali di linea diretta fino alla terza generazione, legittimando così il suo governo. E’ in questa occasione che gli viene concesso il privilegio di inserire nello stemma estense le due chiavi pontificie.

Particolare della decorazione con stemma e angelo presente nella lettera di “Donazione di Castelnovo di Tortona ad Ercole I d’Este”, Modena, Archivio di Stato, 10 aprile 1478.

A meno di un anno dalla sua ascesa al potere, Ercole gettò anche le basi dell’intensa attività edilizia che cambierà il volto di Ferrara, rendendola “la città più moderna d’Europa“. E’ nel 1472 che iniziarono i lavori di ristrutturazione e abbellimento degli edifici già esistenti sulla piazza e la creazione del “Barco”, un enorme spazio verde, a nord del castello, in gran parte non costruito e chiuso da un recinto murario. Al suo interno era presente un allevamento di bovini ed equini, terreni coltivati con legumi, cereali e vigne e una peschiera per il fabbisogno della corte. La caccia, che qui si poteva svolgere per la presenza di molte specie animali come lepri, caprioli, cervi e cinghiali, era rigorosamente riservata al Duca e ai suoi ospiti più importanti. Questo enorme “recinto”era anche sede della falconeria ducale.

Arazzo, “Compianto sul Cristo morto”, Rubino di Francia su disegno di Cosmé Tura, 1474-75, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza.

Il tentativo di colpo di Stato

Niccolò, come detto, non abbandonò facilmente l’idea di non poter entrare in possesso del Ducato e, probabilmente appoggiato da Ludovico Gonzaga, nel settembre del 1476 tentò un colpo di Stato. Approfittando del momentaneo trasferimento di Ercole a Belriguardo, Niccolò fece penetrare in città un folto gruppo di sostenitori armati nascosti all’interno di imbarcazioni, provenienti da Mantova attraverso il fiume Po. Sfruttando un varco nelle mura cittadine, entrarono nella piazza e liberarono i prigionieri rinchiusi nel Palazzo della Ragione, mentre Niccolò esortava i cittadini alla ribellione nella speranza di trovare il loro appoggio per insorgere contro il potere di Ercole. La reazione fu invece contraria: la popolazione fuggì spaventata e non sostenne Niccolò, dando tempo e modo di portare a conoscenza il Duca della congiura. Ercole decise quindi di ritirarsi a Lugo, ben fortificata, richiamando le sue truppe. Nel frattempo a Ferrara, i fratelli di Ercole furono impegnati nella resistenza, riuscendo prima a scacciare il gruppo dei rivoltosi e poi a catturarli nei pressi di Bondeno. La vendetta di Ercole fu rapida e senza appello: numerose le pene tra esilio e confisca dei beni, tante anche le condanne a morte per impiccagione, mentre al nipote Niccolò fu “concessa” la decapitazione. In quanto membro della casa d’Este, alle spoglie di Niccolò fu riservato un trattamento “d’onore”, con un sontuoso funerale di Stato in cui il suo corpo si presentava ricomposto e la sepoltura nella Chiesa di San Francesco, nell’arca rossa degli Estensi. Si concluse così la lotta di successione interna al Ducato.

La “Guerra del Sale” (1482-1484) con Venezia

Risolti i dissidi interni al Ducato, Ercole iniziò a sospettare che Venezia avesse aiutato Niccolò nella congiura e che avesse stretto accordi di pace con lo Stato Pontificio. Così Ferrara si avvicinò alla politica di Napoli e Firenze che, insieme a Milano e Mantova, furono alleate nella guerra condotta proprio contro il Papato. Molte tensioni avevano fino a quel momento alimentato l’astio tra Venezia e il Ducato, tra cui l’estrazione del sale a Comacchio da parte degli estensi, ma la guerra scoppiò quando Sisto IV acconsentì alle richieste della Serenissima di acquisire Ferrara in cambio del suo aiuto contro il Re di Napoli. Venezia in realtà aveva già segretamente deliberato la guerra contro il Ferrara, ma aspettava solo la decisione e la legittimazione del Pontefice, quindi si trovò con il vantaggio di avere già predisposto gli strumenti bellici per un’azione immediata ed anche reperito il denaro necessario.

La linea difensiva di Ercole non fu preparata con efficacia, affidando alle sole  fortezze di Stellata e Bondeno la propria difesa. La potenza di Venezia e dei suoi alleati fu inarrestabile: in un breve lasso di tempo si impadronirono di tutto il Polesine ed Ercole fu così costretto a chiamare in soccorso gli alleati.

Gli anni di guerra, già difficoltosi per le ingenti spese militari e per le devastazioni sul territorio, furono resi ancora più difficili dalla peste e dalla carestia che si abbatté su Ferrara e non di meno dalla malattia del Duca stesso. In un momento così delicato le fazioni ostili ad Ercole si rinvigorirono, ma la Duchessa Eleonora seppe tenere saldo il potere  chiedendo un ulteriore sforzo alla popolazione, che dimostrò ancora una volta l’attaccamento alla casa d’Este, arrivando a sfilare dinnanzi al Duca malato in segno di supporto.

Le truppe veneziane riuscirono a penetrare nel Barco e nella Delizia di Belfiore, compiendo atti di violenza e di razzia anche negli edifici ecclesiastici vicini. Dopo quasi tre settimane di assedio finalmente il 12 dicembre 1482 il Pontefice firmò la pace con Napoli. Nonostante ciò le ostilità di Venezia contro Ferrara continuarono e nel marzo 1483 avvenne un fatto molto grave: le milizie veneziane giunsero fino alla chiesa di Santa Maria degli Angeli dove venne abbattuta e rubata la statua del Marchese Nicolò, e prontamente spedita nella città lagunare come trofeo. Ma la ferita più grande per Ercole sarebbe arrivata più tardi, con la pace di Bagnolo, , sottoscritta con Napoli e Milano nell’agosto del 1484, con cui venne sancita la perdita del Polesine di Rovigo, i cui territori passarono sotto al controllo veneziano a danno del Ducato di Ferrara.

La neutralità come strategia politica

Ercole fu scosso enormemente dalla perdita di quei territori, ma ciò che più lo lo fece infuriare fu la facilità con cui gli alleati disposero dei suoi possedimenti durante la trattativa della resa. Per questo motivo decise di non interessarsi più a questioni politiche di così ampio respiro, scegliendo per il suo piccolo Stato posizioni di neutralità più convenienti.

Negli anni successivi, anche in occasione della discesa di Carlo VIII e dell’esercito francese nel 1494, Ercole mantenne infatti un ruolo di mediatore tra i francesi e gli Stati italiani, cercando di non entrare esplicitamente nei conflitti. La sua politica filofrancese era comunque evidente, ma grazie ad una tenace diplomazia e a modi attendisti riuscì a mantenere la propria neutralità. La stessa, che dopo la discesa di Luigi XIII sul finire del secolo, gli fruttò la protezione da parte dei francesi.

Il Duca portò avanti la sua politica di pace stringendo alleanze con i più potenti Stati italiani e, come sempre accadeva, il modo più semplice ed efficace fu il vincolo matrimoniale. I numerosi figli di Ercole divennero quindi delle “pedine” strategiche mosse sullo scacchiere delle alleanze: Alfonso sposò in prime nozze Anna Sforza (1491), figlia del Duca di Milano e in seconde Lucrezia Borgia (1501), figlia del Pontefice Alessandro VI; Isabella si unì con Francesco Gonzaga futuro Marchese di Mantova (1490) e Beatrice sposò Ludovico il Moro, Duca di Milano (1491). Il figlio Ippolito, invece, fu avviato alla carriera ecclesiastica, che rapida e brillante, lo portò a divenire Cardinale nel 1493, accrescendo così il prestigio della famiglia e la rilevanza politica dello Stato Estense. Nello stesso anno, però, morì Eleonora, moglie e preziosa consigliera di Ercole.

Dopo le alleanze create attraverso i vincoli coniugali dei figli, Ercole poté guardare con maggiore tranquillità al futuro del suo governo, indirizzando le sue forze verso l’ampliamento territoriale di Ferrara.

L’addizione “Erculea” e l’ingegno di Biagio Rossetti

La volontà da parte del Duca di ampliare la città e di edificare la “Terra Nuova”, fu un audace e innovativo progetto che non avrebbe potuto realizzarsi senza il lavoro di un nutrito gruppo di architetti e progettisti che, al fianco di Ercole, seppero immaginare e plasmare la città. Tra loro spicca Biagio Rossetti, che in sinergia con altre figure tra cui Battista e Antonio Maria di Rainaldo, Bartolomeo Tristano e Antenore da Bondeno, in una decina d’anni diede vita a ben 20 cantieri civili e 12 religiosi. Il coordinamento e la supervisione di queste fabbriche fu affidato all’Ufficio delle Fabbriche e delle Munizioni Ducali, il cui responsabile era appunto Biagio Rossetti.

La volontà di ampliamento dello spazio cittadino ha molteplici ragioni, a partire da quella difensiva: la guerra del 1482 aveva mostrato la fragilità della difesa estense contro Venezia, le incursioni e le violenze nel Barco e nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli avevano reso urgenti delle modifiche. Ovviamente l’avvio dei lavori mise prontamente in allerta i Veneziani, i quali pensarono potesse trattarsi di un’operazione in previsione di una nuova guerra, ma Ercole affermò più volte i suoi fini pacifici: la popolazione stava crescendo ed era necessario predisporre nuovi spazi. Ma esiste anche un’altra ragione, di tipo economico: Ercole avrebbe acquistato i terreni migliori e più estesi, avendo poi la possibilità di trarne un notevole profitto.

Bisogna ricordare che a Ferrara il termine “addizione” era già conosciuto e indicava l’annessione all’interno delle mura di terreni circostanti. Precedentemente a questa ce n’erano già state almeno due: quella approvata da Niccolò (dopo il 1386) e quella di Borso (dal 1451, già impostata da Leonello). In questa linea si inserisce anche l’addizione voluta da Ercole, che differisce dalle precedenti per la vastità dei terreni inclusi, circa 250 ettari, e per la lunghezza delle nuove cinte murarie, di almeno 6 chilometri.

La città raddoppiò la sua dimensione e i lavori durarono circa dodici anni, tra il 1492 e il 1505 (anno in cui Ercole I morì). Le ingenti spese sostenute dalle casse ducali fecero aumentare fortemente le tasse e ad un numero elevato di contadini venne imposto di prestare il loro lavoro a corvées ben oltre la soglia che era usuale. Si venne così a creare un forte scontento di una parte della popolazione. Ma i malumori venivano anche dal nuovo assetto viario fatto di strade diritte e ampie dall’aspetto inusuale, che non incontravano il gusto dei cittadini e soprattutto dei possessori terrieri, che vedevano i loro appezzamenti tagliati in porzioni scomode. Una parte dell’aristocrazia cittadina, invece, aderì con entusiasmo all’impresa del Duca e ne approfittò costruendo nuovi eleganti palazzi tra cui: palazzo Prosperi-Sacrati (già Da Castello), da Trotti-Mosti, Strozzi-Bevilacqua, palazzo dei Diamanti, edificato per Sigismondo, fratello del Duca e quello di Giulio d’Este, figlio illegittimo. Questi palazzi si trovano nei pressi di quella che fu progettata come cuore dell’Addizione e cioè la “Piazza Nova” (oggi Piazza Ariostea), concepita come nuovo spazio di aggregazione che, secondo il progetto, doveva prevedere al centro una colonna di marmo con la statua equestre del Duca (che però non fu mai realizzata).

All’interno della nuova cinta muraria vennero così a trovarsi anche la Delizia di Belfiore e il palazzo della Certosa. Oltre ai grandiosi palazzi, Ercole patrocinò la costruzione nella Terra Nuova di numerose residenze di modeste dimensioni indicate nelle fonti con il termine “casette” costruite a uno o due piani e in laterizio. Costruite a spese del Duca per un ceto medio-basso, furono distribuite a vario titolo (dono, vendita, affitto, a canone simbolico) per estinguere debiti o per ricompensare antiche fedeltà di servizio.

Le fasi operative dell’Addizione Erculea seguirono diversi stadi: inizialmente si scavò il grande fossato perimetrale, largo oltre 30 metri, poi si susseguirono attività di drenaggio del terreno paludoso e di edificazione sopra un profilo viario già stabilito fatto di torrioni e di tre nuove porte a conclusione degli assi viari principali (porta Po, porta Mare e porta degli Angeli). Infine si costruirono cortine murarie di collegamento (basse e scarpate) mentre il perimetro interno del recinto si appoggiava interamente a terrapieni. La cinta prevedeva ancora torrioni rotondi, che in seguito saranno trasformati in forme più aggiornate, ma venne introdotti  anche il “puntone” e il “baluardo o bastione”. Ancora oggi, all’interno della cinta, tra la Certosa e il Cimitero Ebraico, sono presenti 4 ettari dedicati all’agricoltura, un caso unico nel panorama italiano di coltivazione della terra all’interno delle mura urbane.

La paternità dell’addizione Erculea è un tema ancora molto dibattuto, secondo i più recenti studi il progetto fu concepito su volontà del Duca, ma la sua realizzazione fu resa possibile dall’impegno unitario di una moltitudine di professionalità che congiuntamente, ma con ampi spazi di autonomia, ci lavorarono. Biagio Rossetti, rimane una figura di spicco dell’impresa, sia per il ruolo primario che rivestiva come responsabile dell’Ufficio delle Fabbriche e delle Munizioni Ducali, preposto al coordinamento, al controllo e all’approvazione di tutti i cantieri aperti in città sia come affidatario di alcune delle fabbriche più importanti  (le mura, la piazza Nuova, palazzo Costabili e dei Diamanti solo per citarne alcune).

Palazzo dei Diamanti
Particolare dei fregi di Palazzo dei Diamanti
Palazzo Prosperi-Sacrati già Castelli
Particolare del portale d'ingresso a Palazzo Prosperi-Sacrati
Andrea Bolzoni Piazza Nuova
Vista di una parte di campagna ancora presente all'interno delle mura

Il fervore religioso e la “Santa viva”

Il duca Ercole visse con grande fervore religioso gli ultimi anni della sua vita. Nella Terra Nuova egli fondò cinque nuovi conventi: Santa Maria della Consolazione, Santa Maria delle Grazie, quelli di San Rocco e di San Giovanni Battista ed infine il monastero di Santa Caterina da Siena. Quest’ultimo venne fatto erigere in poco più di due anni per ospitare Lucia Brocadelli da Narni (1476-1544), la “Santa viva” protagonista di una forte devozione popolare e aristocratica e di un “rapimento”. La domenicana, dopo un’infanzia di visioni celestiali ricevette le stimmate e in queste Ercole riconobbe il simbolo della sua santità. Iniziarono così le trattative con il Pontefice per ottenere il permesso di portarla da Viterbo a Ferrara, con la promessa di costruirle un monastero di cui sarebbe divenuta badessa. Ma Viterbo non voleva cedere la propria “Santa”, per questo Lucia fu costretta a lasciare la città di notte, nascosta tra ceste di biancheria. Alcuni documenti conservati all’Archivio di Stato di Modena e recentemente portati alla luce da Marco Folin, rivelerebbero la falsità delle stimmate di Suor Lucia e, se così fosse, dietro alla richiesta di Ercole ci sarebbe forse la sua volontà di attirare pellegrini a Ferrara per aumentare il prestigio della città. Effettivamente con la morte del Duca, a Lucia vennero tolti tutti i privilegi destinandola all’ultimo posto nella gerarchia del monastero, in cui restò fino alla sua morte.

Fortunati Giuseppe CC BY-SA 3.0, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=1629881

Ma il fervore religioso attribuito a Ercole non può essere sminuito da questo episodio: il Duca si impegnò molto nelle costruzioni religiose, sia nella fondazione di nuovi edifici, sia nel restauro o nella ricostruzione di chiese o monasteri già esistenti. Singolare è il duplice intervento su Santa Maria degli Angeli, ricostruita una prima volta a seguito delle violenze perpetrate dalle truppe veneziane, la seconda volta, nel 1501 a seguito del passaggio di una stella cometa: la visione della stella avvenne durante una visita di Ercole, il quale interpretò questo segno come il volere del Signore di costruire lì una chiesa più grande e magniloquente. I lavori iniziarono subito, ma alla morte del Duca (1505) la chiesa, comunque già officiata, non venne completata.

Casa edificata sul sedime dell'antica Chiesa degli Angeli
Targa affissa nella casa edificata sul sedime dell'antica Chiesa degli Angeli

La successione

Negli ultimi anni della sua vita Ercole,  anche se stanco e cagionevole, continuò a viaggiare spinto soprattutto dalla sua ardente fede religiosa. Il Duca, anche in vista della successione, era preoccupato per la forte rivalità tra i figli Alfonso e Ippolito, che in alcuni episodi sfociò in liti e violenze da parte dei soldati delle opposte e reciproche fazioni.

L’ultima volontà di Ercole fu quella di chiamare al suo capezzale il musicista Vincenzo da Modena, che allietò le sue ultime ore suonando per lui il clavicembalo. In una Ferrara silenziosa coperta da una fitta coltre di neve, il 25 gennaio 1505 Ercole morì.

La situazione riguardante la successione non lasciava sperare in una risoluzione pacifica tra i due fratelli, ma contro ogni previsione  Alfonso e Ippolito trovarono velocemente un pacifico accordo ed Alfonso successe al padre senza alcun disordine, nello stesso giorno della sua morte, mentre Ippolito divenne il braccio del fratello.

Il teatro e la musica

Ercole ebbe un particolare interesse per il teatro, gli spettacoli e la musica, tanto che la corte di Ferrara, a cavallo tra il XV e il XVI secolo, fu per eccellenza il luogo di invenzione e sperimentazione del teatro rinascimentale. Bisogna ricordare che a quel tempo Ferrara si trovava nel pieno della sua magnificenza, in grado di competere con le corti più grandi e ricche. Molti fattori concorsero per renderla davvero una “città europea”: da Leonello in poi Ferrara si era arricchita culturalmente con la riapertura dello Studio e con la docenza di illustri professori appositamente chiamati ad insegnarvi; l’elevata educazione letteraria riservata ai principi estensi; la creazione di un biblioteca di corte ampia e organizzata; la circolazione dei testi; l’opera di intellettuali, artisti e pittori impegnati in cicli decorativi audaci (Schifanoia, lo Studiolo, la Bibbia di Borso, il Breviario di Ercole, ect…). Tutte queste attività crearono un tessuto culturale di altissimo livello.

L’attività teatrale fu caratterizzata per la ricchezza degli spettacoli, che spaziavano dalle fabule in volgare alle rappresentazioni sacre, come le passioni in piazza o nel Duomo. a queste Si aggiungevano le festività cortigiane come giostre, ingressi trionfali, feste laiche o religiose (matrimoni, battesimi, funerali). Tradizionalmente si fa riferimento ai Menaecmi di Plauto come la prima rappresentazione, che ebbe luogo nel cortile di Palazzo Ducale il 25 gennaio 1486, come evento all’interno del Carnevale, opera a cui seguì l’anno successivo la messa in scena dell’Anfitrione. Il grande successo portò un incremento degli spettacoli che furono rappresentati in serie a partire dal 1491: tre tra il 1491 e il 1499, quattro nel 1500 e nel 1503 e addirittura cinque nel 1502. Il periodo tra il 1491 e il 1499 vide un numero più esiguo di rappresentazioni, perché dopo la morte della moglie Eleonora (1493), in segno di rispetto, Ercole per alcuni anni non ne porterà in scena alcuna.

Nel 1504 il Duca sentì la necessità di costruire uno spazio più stabile per le rappresentazioni e diede avvio ai lavori per la “Sala dale Comedie”, che purtroppo resterà incompleta per la sopraggiunta morte di Ercole e per la volontà del suo successore di non portare avanti il progetto. E’ comunque da ricordare come uno dei primi tentativi rinascimentali di creare un teatro stabile, ed è probabile  che nella fase di progettazione, il trattato “De Spectacula” di Pellegrino Prisciani sui teatri romani sia stato una una fonte di studio e di ispirazione.

La popolarità e l’entusiasmo per le commedie, aperte anche a vasti strati della popolazione, portò il Marchesato di Mantova e il Ducato di Milano, nelle persone di Francesco Gonzaga e Ludovico Sforza, a chiedere ad Ercole il prestito di copioni da inscenare presso le loro corti.

Gli spettacoli, però, richiesero anche un grande sforzo economico per le casse dello Stato, basti pensare a quante persone e maestranze vi erano impiegate: i letterati che traducevano i testi, carpentieri e scultori per la creazione delle scenografie, pittori per la loro decorazione, costumisti per la creazione delle vesti e musicisti per la preparazione degli intermezzi musicali e di danza. Gli spettatori potevano essere stimati in migliaia e tra di essi c’era l’intera aristocrazia dell’Italia settentrionale, a dimostrazione dell’importanza e del rilievo politico e di potere che rappresentavano.

Possiamo citare due grandi figure impegnate in questa attività così cara al Duca: Ludovico Ariosto e il fidato Biagio Rossetti. Il primo iniziò la sua attività di letterato di Corte sotto il governo di Ercole, poco più che ventenne. Già il padre, Niccolò Ariosto, lavorava per il Duca con la mansione di Comandante di guarnigione e poi come tesoriere generale delle truppe, infine come capo dell’amministrazione comunale. Il giovane Ludovico viene assunto da Ercole come stipendiato di corte nel 1498 e per lui si occupò di scrivere commedie e allestire spettacoli. L’altra importante figura fu Biagio Rossetti, ingegnere ducale dal 1483, anni in cui il teatro era in pieno fermento. Oltre a dedicarsi alla costruzione di edifici civili e militari, Rossetti dovette infatti soprintendere alla decorazione degli edifici e alla costruzione degli apparati festivi della città, in occasione di particolari cerimonie e spettacoli.

L’altra passione di Ercole era la musica, coltivata fin da piccolo alla corte di Napoli, per la quale si pone come un vero mecenate chiamando alla corte i più importanti musicisti del tempo e favorendo suonatori e compositori. Il Duca arrivò a costituire una delle cappelle musicali più importanti del tempo, che spaziava dalle funzioni religiose ordinarie, ai drammi sacri, fino al canto secolare da camera. Probabilmente il traguardo più alto ottenuto da Ercole fu la collaborazione di un maestro di cappella internazionale, il celebre Josquin Deprez che firmò la famosa messa “Hercules Dux Ferrariae”. In quel periodo, inoltre, Ferrara divenne anche uno dei centri più importanti per l’esecuzione di musica da viola.

Il “Breviario Romanum”

In continuità con l’eredità lasciata da Borso con la sua “Bibbia”, anche il secondo Duca ha voluto lasciare una preziosa testimonianza di bellezza e di potere con la committenza del “Breviario Romanum”, oggi conosciuto con il nome di “Breviario di Ercole I”, fu restituito alla Biblioteca Estense di Modena nel 1939 dopo la parentesi austriaca. Purtroppo durante la permanenza a Vienna vennero asportate 4 pagine miniate che oggi sono conservate a Zagabria alla “Strossmayer Gallerija” (dove si trovano anche alcune delle più belle pagine miniate di un altro codice estense, l’Offiziolo Alfonsino).

Il codice, realizzato tra il 1502 e il 1504, è il frutto della maturità della miniatura ferrarese in cui i tratti della tradizione lombarda e fiamminga sono già integrati. Esso si compone di 491 fogli di cui 45 miniati a piena pagina. Il testo è Ricco di decorazioni, iniziali figurate e santi, tondi con animali, motivi fitomorfi e ovviamente i simboli araldici e gli emblemi del Duca a cui, come già successo per la Bibbia di Borso, in alcuni casi avranno sovrapposti quelli del figlio e futuro successore Alfonso I. Gli artisti che hanno lavorato su questo codice sono numerosi e ancora oggi di attribuzione dibattuta: il miniatore principale è stato riconosciuto in Matteo da Milano, proveniente dalla Lombardia e dalla corte di Ludovico il Moro, che si occuperà in seguito dell’Offiziolo Alfonsino. Attorno a lui lavorarono altri artisti e copisti come Tommaso da Modena e Giovanni Battista Cavalletto; nel dibattito sulla paternità delle decorazioni si sono fatti anche i nomi di Andrea della Veze o Vieze e il figlio Cesare, Martino da Modena e Antonio Maria da Casanova.

Il legame con il Savonarola

Si è già detto del forte sentimento religioso che spingeva Ercole, anche in tarda età, a compiere pellegrinaggi e costruire edifici religiosi. Ne è un’altra testimonianza il legame che il Duca ebbe con Girolamo Savonarola, frate domenicano di origini ferraresi che lasciò la città nel 1475. Tra i due intercorse una copiosa corrispondenza in cui risulta evidente la ricerca di una guida spirituale da parte del Duca per soddisfare il suo grande fervore religioso. Attraverso l’ ambasciatore estense a Firenze si terrà costantemente informato dell’attività del frate, le cui prediche accesero la città medicea, contro cui Savonarola si scagliò in opposizione ad ogni tipo di lusso e promuovendo la penitenza come sola forma di salvezza. Le accuse del frate contro la lussuria della Chiesa di Roma furono rivolte anche al Pontefice Alessandro VI Borgia e gli costarono la scomunica nel 1497. Ercole cercherà invano di difenderlo dalle accuse di eresia, ma non riuscì a salvarlo dalla condanna a morte, apprendendo la notizia della sua esecuzione, avvenuta il 23 maggio 1498 in Piazza della Signoria a Firenze, con grande dolore.

Copia del dipinto di Francesco di Lorenzo Rosselli “Il supplizio di Savonarola”, 1789, Palazzo Bonacossi, Ferrara.

BIBLIOGRAFIA:

“La corte di Ferrara” in “Gli Estensi”, Ed. Il Bulino, 1997

Luciano Chiappini “Gli Estensi: mille anni di storia” – Ferrara: Corbo, 2001

Marco Folin “Un ampliamento urbano della prima età moderna” in “Sistole/Diastole Episodi di trasformazione urbana nell’Italia delle città”, 2006, Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti – Venezia

Ada Francesca Marcianò “L’età di Biagio Rossetti Rinascimenti di casa d’Este”, 1991, Ed. Gabriele Corbo

“Commentario al facsimile del codice di Ercole I d’Este” a cura di Ernesto Milano, Ed. Imago,

Leoni Giovanni “La città salvata dai giardini. I benefici del verde nella Ferrara del XVI secolo” in “Fiori e giardini estensi a Ferrara. La flora rinascimentale di Luca Palermo”, Leonardo-De Luca Edizioni, 1992

Giuseppe Lipani “Lo spazio antropologico del teatro. Biagio Rossetti e lo spettacolo estense” in Antropologia e Teatro, Rivista di Studi, 2017

Silla Zamboni “Pittori di Ercole I d’Este”, 1975, Ed. Cassa di Risparmio Ferrara

Treccani Dizionario Bibliografico degli Italiani

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