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#PalazziDucali. Reggia di Rivalta, la Versailles reggiana

La Reggia estense di Rivalta, spesso denominata la Versailles reggiana, mostra ancora i segni della passata grandezza. L’impulso alla sua costruzione si deve al principe ereditario Francesco d’Este (futuro Francesco III) e alla moglie Carlotta Aglae d’Orleans. I due, cacciati da Modena dal duca Rinaldo III, si trasferirono a Reggio, e, alla ricerca di una consona dimora di villeggiatura, scelsero le due ville preesistenti di Rivalta e Rivaltella.

La storia di Rivalta, però, inizia circa tre secoli prima. Francesco, infatti, aveva ampliato un casino preesistente di proprietà, alla fine del Seicento, del principe Foresto d’Este, che costituì il nucleo centrale del nuovo grandioso complesso.

Questa preesistenza sorgeva intorno ad una torre medievale, edificata da Simone di Canossa su un terreno acquistato nel 1406 dai canonici di Reggio. Nel 1437 la torre e la proprietà agricola furono confiscate e cedute da Nicolò d’Este a Giacomo della Torre, futuro vescovo di Reggio. La torre e la casa adiacente passarono poi nel 1447 alla famiglia dei nobili del Cerreto, che la conservano fino a metà Cinquecento. Dopo una serie di passaggi di proprietà, nel 1641, il palazzo è comprato all'asta dal principe Borso d’Este.

Borso fa restaurare la villa, scavare una grotta sotto il cortile, commissiona una serie di lavori murari ingenti, ma non è del tutto chiaro quanto queste trasformazioni incisero sulla villa degli Alpi; sicuro è che i lavori accelerano quando Borso sposa la nipote Ippolita d’Este e elegge Rivalta a sua residenza prediletta. 

Alla morte di Borso e del fratello Luigi, il palazzo è descritto come cintato da mura, con quattro colombaie agli angoli della muraglia e una grande colombaia al centro del tetto, corrispondente con ogni probabilità alla torre dei Canossa. Il palazzo passa al principe Foresto, terzogenito di Borso, che però non lo abita, ma si limita a concederlo in affitto: questo causa un certo degrado al palazzo, che all'epoca di Borso, si qualificava come villa di notevole pregio architettonico e artistico.

Francesco d’Este e la moglie Carlotta si trasferiscono nel 1721 nella città di Reggio. Interessati a trovare una dimora di villeggiatura, si dedicano in un primo tempo al restauro della villa Due Torri di Sesso, dei conti Masdoni. Nel 1724, dopo una lunga trattativa con il principe Foresto, Francesco entra in possesso della villa di Rivalta, ma solo nel 1726 il duca la concede ufficialmente al figlio.

Francesco inizia subito i lavori, sotto la guida di Gian Maria Ferraroni, attestato fino al 1727; è probabile che il progetto, almeno a grandi linee, fosse stato steso proprio da Francesco. A partire dal 1726 cominciano i lavori del giardino, progettati dal Jean Baillou, sovrintendete del giardino di Colorno. Per le decorazioni, sono documentati i figuristi Antonio Consetti e Bartolomeo Maria Mercati, i quadristi Giacinto e Claudio Venturi, il pittore Domenico Romani.

Il palazzo settecentesco costituiva un ampliamento della villa di Borso, come testimoniato anche dal cronista Febo Denaglia. Le testimonianze iconografiche mostrano infatti diverse somiglianze tra gli edifici: si nota la permanenza della torre centrale, per quanto rialzata e decorata da un padiglione sommitale ottagonale; tuttavia, l’analisi delle piante precedenti alla demolizione non mostrano murature più spesse che possano far pensare alla conservazione materiale del manufatto tardo-gotico. Notevole differenza è l’innalzamento di un piano. Il corpo centrale, a pianta quadrata, era articolato secondo una sequenza di sale e logge. Dalla facciata orientale si dipartivano verso nord e sud due ali che costituivano il collegamento con il corpo meridionale e quello settentrionale; due portici centrali permettevano il passaggio dalla corte occidentale al giardino.

L’ala sud, tuttora conservata e oggetto di restauro nel progetto Ducato Estense, ospitava il seguito della corte; era costituita da una lunga galleria prospiciente la corte e da una infilata di sale verso il giardino segreto. L’ala nord, invece, ospitava le stalle, la rimessa delle carrozze e il cortile per il maneggio dei cavalli. Tuttora conservato è l’oratorio della Visitazione della Beata Vergine, con facciata porticata rivolta a nord e interno ottagonale, purtroppo tramezzato, nel quale sono ancora leggibili le decorazioni in stucco e i coretti curvilinei.

La spoliazione del palazzo inizia con il trasferimento di Francesco III a Milano, in seguito alla nomina a governatore della Lombardia. Nel 1797, il palazzo è messo in vendita dal governo repubblicano e passa di mano in mano. Proposto al Comune di Reggio, l’acquisto non viene portato a termine e il corpo principale del palazzo viene demolito per gli elevati costi di manutenzione. Nel 1807 quanto rimaneva è venduto a Luigi e Bartolomeo Corbelli che trasformano il giardino in coltivazione.

Il parco, ispirato al modello di Versailles, con viali regolari, prospettive, aiuole, siepi, fontane, era situato in una conca situata tra l’alveo del Crostolo e i primi terrazzamenti collinari. Impostato su un impianto quadrangolare, era cinto da mura con bastioni semicircolari. Il potager, o giardino segreto, si estendeva alle spalle dell’ala sud. Dello sfarzoso progetto restano oggi solo alcune rovine: la fontana polilobata e le nicchie nel muro di cinta, le grotte scavate nel pendio che si apriva ai piedi del palazzo, il belvedere terminale.

Il primo progettista Baillou è sostituito nel 1730 dai fratelli Giambattista e Francesco Bolognini; essi realizzano nel 1732 la grande terrazza con scalinate, statue e grotte verso il palazzo e il sistema di approvvigionamento idraulico, che forniva acqua per le cascatelle e fontane e per le due grandi vasche. Il giardino era poi decorato da statue in pietra e in terracotta, da mense di marmo, urne, busti, per un totale di 350 pezzi. Sul belvedere terminale si trovavano un pergolato cupolato e le tre statue del Panaro, Secchia e Crostolo, che si trovano oggi al ponte di San Pellegrino (le prime due) e in piazza Prampolini (la terza). Un altro gruppo di statue era quello delle Quattro stagioni, ora ai Giardini Pubblici di Reggio, probabilmente opera di Giovanni Battista Bolognini.

Con la distruzione del padiglione principale sono andate perse anche le decorazioni delle sale. Ancora superstiti alcune volte dipinte a quadrature e a racemi nel torrione sud-est, opera di Giacinto Venturi.

 

 

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