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#PalazziDucali. Palazzo Ducale di Modena: simbolo di potere dopo la Devoluzione

Da struttura difensiva a moderna reggia, oggi Accademia Militare

Il Palazzo Ducale, massimo monumento della Modena estense, domina con la sua mole piazza Roma e l'intera parte settentrionale del centro storico. Erede di un castello eretto nel 1291 dal marchese Obizzo d’Este, poi ricostruito dal marchese Niccolò I d’Este nel 1340, rimase fino al 1598 una struttura di difesa, residenza solo secondaria della corte ferrarese.

Con lo spostamento della corte a Modena, l'antico fortilizio si rivela ben presto inadeguato, ma è solo grazie a Francesco I d’Este che iniziò la trasformazione dell’edificio in una moderna reggia che desse lustro alla casata e dotasse Modena delle strutture essenziali per essere considerata una vera capitale. A parte la parentesi napoleonica, l’edificio restò sede della corte fino al 1859, quando, con il passaggio al Regno d’Italia, il complesso fu trasformato in Accademia Militare, funzione che mantiene tuttora.

Il Palazzo Ducale è solo l’ultimo episodio di una vicenda secolare che ha visto in quest’area radicarsi i simboli del potere della casa d’Este sulla città di Modena. Il primo fortilizio costruito in quest’area ebbe vita breve: costruito nel 1291 da Obizzo d’Este, venne abbattuto già nel 1306. Più duraturo fu il secondo castello, costruito tra il 1336 e il 1340 dal marchese Niccolò I. Questo edificio fu residenza prima dei luogotenenti estensi, poi, tra il 1510 e il 1527 dei governatori pontifici, e infine ancora dei governatori estensi. È proprio alla fine del governo di Alfonso I che si inizia a pensare di ampliare la città, in modo da darle una cinta muraria adeguata; il figlio Ercole II si fa promotore di una vasta opera di rafforzamento delle mura, non senza malumori da parte dei cittadini, e di realizzazione di un vasto quartiere a nord del castello, la cosiddetta Terranova o Addizione Erculea, sulla falsariga dell’analoga addizione realizzata a Ferrara dal nonno, Ercole I.

Foto di Cecco93

Il castello assume quindi un ruolo urbano differente: non più estrema linea di difesa attestata sulle mura settentrionali, ma vero centro (almeno nelle intenzioni) di una città ampliata e regolarizzata, così come era avvenuto qualche decennio prima a Ferrara. E in effetti, doveva trattarsi di una struttura pregevole, adatta a soggiorni, pur se di breve durata, della corte: si ha notizia di lavori svolti qui tra il 1495 e il 1499 da Biagio Rossetti, architetto ducale, che rifece nel 1505 il grande ambiente dei bagni. Il castello aveva una pianta all'incirca rettangolare, con il lato lungo affacciato sulla sponda orientale del canale Naviglio; il nucleo centrale era organizzato intorno a un cortile loggiato su due lati, utilizzato per feste e giochi. L’arrivo della corte nel 1598 porta ad un ingrandimento del nucleo originario e delle strutture di servizio, come la cavallerizza. Ma si fa ben presto largo l’idea di un ingrandimento più sostanzioso: alcuni disegni di Antonio Vacchi mostrano l’intenzione di affiancare al nucleo antico un nuovo edificio con corte quadrata, eretto al di là del canale, verso S. Domenico.

Ma è solo con Francesco I che i piani assumono concretezza: egli si rivolge direttamente ad architetti romani, che travalicano quindi l’ambito locale. Da Modena si chiedono pareri a Girolamo Rainaldi nel 1631, e, nel 1651, a Gian Lorenzo Bernini, Francesco Borromini, e Pietro da Cortona. Ma sarà un giovane architetto, Bartolomeo Avanzini, romano di nascita e di formazione a stendere il progetto definitivo e a seguire i lavori fino alla morte nel 1658. Il progetto di Avanzini, che si distacca dai pareri dei più celebri colleghi per una persistente adesione a moduli cinquecenteschi, prevede un lungo prospetto a tre piani, esaltato al centro da un corpo a tre campate caratterizzato da una moltiplicazione di elementi decorativi (si noti la sovrapposizione di ordini di derivazione classica) e da un duplice altana, e concluso alle estremità da due torrette definite da angoli bugnati.

La presenza di torri e altane, o comunque elementi che spiccano in altezza da facciate ad andamento orizzontale, è motivo ricorrente nei grandi progetti residenziali del barocco romano: si pensi ai progetti di Borromini per il palazzo Pamphilj a piazza Navona o i progetti di Rainaldi e Bernini per il Louvre. La loro funzione, oltre che formale e stilistica, è eminentemente celebrativa, con lo scopo di esaltare la presenza del princeps visto come fulcro della vita dello Stato. Avanzini trae anche il massimo effetto decorativo possibile dalle decorazioni delle finestre, disposte appaiate come da tradizione ferrarese: qui infatti mescola con fantasia e vigore elementi classici, non senza rifarsi, per libertà di interpretazione, al processo inventivo michelangiolesco.

Il cortile rettangolare funge da perno dell’intero complesso e da collegamento tra gli ambienti conservati del vecchio castello (a oriente) e le nuove ali (a occidente). I loggiati che lo circondano su tutti i lati sono costituiti da serliane inquadrate da lesene doriche e ioniche. Sul lato occidentale del cortile si imposta il monumentale scalone, a pianta quadrata e con le rampe sostenute da colonne.

Foto di Massimo Campioli

Dopo la morte di Avanzini, i lavori del palazzo procedono con una certa lentezza e sono seguiti da Guarino Guarini, Carlo Vigarani e Lorenzo Loraghi. Lo scalone fu edificato solo nel 1674, mentre vaste parti del cortile e della facciata principale rimasero a livello del piano terreno fino alla fine del secolo.

Nuovi interventi agli interni del palazzo sono promossi da Francesco III ed Ercole III, che sposta gli appartamenti ducali nel lato orientale del palazzo, ricostruendo la facciata rivolta verso la cavallerizza, forse con un progetto di Pietro Termanini: il prospetto risultò composto da un corpo di fabbrica arretrato e loggiato, con due padiglioni laterali.

Quanto alle decorazioni interne, poco si può dire degli affreschi documentati nella prima metà del Seicento, di scuola bolognese (Girolamo Curti detto il Dentone e Michele Colonna), dal momento che furono distrutti con l’avanzare della fabbrica avanziniana. Sempre nel solco della scuola bolognese della quadratura prospettica, precisamente di Marcantonio Franceschini ed Enrico Haffner, è la grande decorazione dipinta nel salone d’onore, con la rappresentazione delle origini mitiche della casa d’Este (Bradamante incoronata da Giove in Olimpo); l’opera fu voluta nel 1694 dal duca Rinaldo I. La sala a fianco al salone d’onore è invece decorata da Francesco Stringa con Lo Sposalizio di Psiche, accompagnato da stucchi dorati tardo seicenteschi, opera di Antonio Traeri detto il Cestellino. Di particolare rilievo è la decorazione del Salottino d’oro, realizzato tra il 1751 e il 1753 da Antonio Salvatori, grazioso esempio di ornamentazione rococò in stucco dorato. Le sale storiche del palazzo, oltre a ospitare il museo storico dell’Accademia militare, costituiscono la cornice della ricca collezione di ritratti estensi che vanno dal Seicento all'Ottocento, in deposito dalla Galleria Estense.

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