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La Bibbia di Borso d'Este in mostra a Ferrara

Le imprese nel manoscritto simboli di potere e virtù

In occasione della riapertura di dieci sale della Pinacoteca Nazionale di Ferrara, fino al 22 aprile 2019 si potrà visitare la mostra Cantieri paralleli. Lo studiolo di Belfiore e la Bibbia di Borso. 1447-1463, a cura di Marcello Toffanello. Due gli ospiti d'eccezione. Da un lato la tavola raffigurante la musa Polimnia, proveniente della Gemäldegalerie di Berlino, che si ricongiunge all’Erato e all’Urania di Palazzo dei Diamanti con cui formava parte della decorazione pittorica dello Studiolo voluto da Leonello d’Este a metà del Quattrocento, come luogo dedicato alla meditazione e ai piaceri intellettuali. Dall'altro uno dei manoscritti rinascimentali più celebri al mondo: la Bibbia di Borso d’Este, ora conservata alla Biblioteca Estense di Modena. La Bibbia si potrà sfogliare virtualmente attraverso due touch screen, che permetteranno anche di visitare lo studiolo interrogando le misteriose muse che lo abitavano. 

La Bibbia di Borso d'Este è un codice miniato preziosissimo, di cui abbiamo già accennato nei mesi scorsi (vedi qui l'articolo). Fu commissionata da Borso a metà del XV secolo a due dei miniatori più famosi dell'epoca: Taddeo Crivelli e Franco dei Russi, i quali lavorarono instancabilmente all'opera per sei anni, affiancati da un nutrito gruppo di artisti, allievi e garzoni. Per la realizzazione del codice fu stipulato un contratto datato 11 luglio 1455, il quale prevedeva la decorazione di una Bibbia dal formato speciale e suddivisa in due volumi: furono stabiliti i tempi, il compenso e alcuni particolari della decorazione. Inoltre, a Crivelli e dei Russi venne messa a disposizione un'abitazione in cui vivere e lavorare. L'opera veniva seguita con attenzione dal committente a cui venivano sottoposte per l'approvazione finale tutte le pagine; dopo i primi tre anni di lavoro il contratto venne rivisto con condizioni più rigorose: venne stabilita la quantità di lavoro da consegnarsi ogni mese e, solo per dei Russi, nel caso in cui la consegna non fosse stata rispettata, era prevista una multa.

L'attenzione al lavoro dei miniatori e il costo complessivo che Borso fu disposto a pagare per l'opera dimostrano la ferma volontà di creare quello che viene considerato un capolavoro del Rinascimento, che allora come oggi, mette in risalto la Casa d'Este.

Qui vogliamo soffermarci sulla lettura degli emblemi che in grande numero decorano le pagine: se la Bibbia doveva essere il simbolo della grandezza raggiunta dalla famiglia, questa importanza doveva essere tradotta visivamente con immagini che esprimessero le azioni, le gesta e le più alte qualità degli Estensi. L’impresa è la rappresentazione visiva, spesso ermetica nel suo significato, di un proposito, di un comportamento, di un desiderio o di una condotta. Sono adottate dai regnanti per farsi riconoscere, associando il proprio nome a particolari avvenimenti o caratteristiche, anche per distinguersi per fama e importanza dai propri predecessori. L’impresa spesso è completata da un motto che con poche parole aiuta a comprendere il significato volutamente enigmatico dell’immagine.

Gli Estensi fecero largo uso delle imprese, utilizzate come segno di potere e riferite ad opere di prestigio da loro ottenute. La loro ampia diffusione rende facile identificarle in molti luoghi e in oggetti: scolpite sugli edifici, dipinte nei manoscritti e sulle ceramiche, incise nelle medaglie e ricamate sugli abiti.

Stemmi e imprese appaiono quasi ovunque nelle pagine del Codice; trovano posto lungo i fregi delle pagine, entro gli oculi, nelle lettere iniziali e nei bas-de-page. Gli stemmi danno risalto alla famiglia di provenienza, affermando così la propria nobiltà, ed evidenziano le cariche politiche di cui il personaggio è investito. Per questo motivo, alla morte di Borso, il prezioso Codice diventa proprietà del suo successore Ercole I e questi interviene ad "aggiornare" gli stemmi e modificando, in alcuni casi, anche le imprese, come ad esempio l'anello diamantato, che si inserisce in un secondo momento nel manoscritto essendo impresa personale di Ercole. 

Queste miniature affascinano non solo per la cura con la quale sono state eseguite, che ne evidenzia il singolare valore, ma anche per il loro significato misterioso e spesso indecifrabile. Proprio per questa peculiarità oggi è possibile solo avanzare ipotesi sul significato delle imprese e qui citeremo soltanto quelle maggiormente condivise in letteratura. Nei due volumi della Bibbia gli emblemi più presenti sono il paraduro, seguito dalla bacinella con le fiamme, poi la siepe, il cesto rovesciato e il worbas. 

Le imprese possono essere distinte in diversi gruppi: quelle legate al tema dell'acqua e in opposizione quelle inerenti al fuoco, quelle legate al tema della vita agreste ed infine quelle che riflettono la figura del Duca stesso.

Le imprese legate al tema dell'acqua: la bonifica come rinascita del territorio

L'unicorno o liocorno

Forse l’emblema più antico attribuito alla Casa d’Este, che Pellegrino Prisciani farebbe risalire al 949, quando uno stemma con un liocorno d’oro sopra fondo azzurro, venne donato dall'Imperatore Ottone I ad Alberto Azzo d’Este.

Il simbolo dell’unicorno ha goduto da tempi antichi di grande fortuna, sia per la forza attribuitagli che per la sua unicità. Inizialmente illustrato in posizione rampante, metafora di forza e ferocia, sarà Borso, primo Duca di Ferrara, a farne impresa personale, cambiandone la forma iconografica e mutandone il significato. Nella nuova accezione di generosità e vittoria il leggendario animale è rappresentato mentre immerge il suo corno nell'acqua, purificandola. Questa nuova iconografia allude alle opere di bonifica del territorio ferrarese e alla pulizia delle acque dai veleni, iniziate da Leonello e proseguite sotto Borso. L’unicorno è rappresentato su un prato spesso cinto da una siepe o da una staccionata, ad indicare uno spazio privilegiato e protetto; frequentemente alle spalle dell’animale è posto un albero di dattero, a simboleggiare la fertilità dei territori bonificati.

Il paraduro o steccato

Questo emblema, come il precedente, è associato alle bonifiche delle terre paludose ferraresi, infatti il paraduro è una struttura a protezione degli argini fatta di elementi di legno più grossi piantati perpendicolarmente nel terreno e uniti tra loro da pezzi più sottili e flessibili come quelli di salice, a formare così una barriera tipicamente di forma triangolare. Questo rinforzo veniva utilizzato per difendere i campi dalle inondazioni del fiume, a volte sopra l'argine venivano piantante delle siepi per irrobustire il terreno. Nelle varie interpretazioni iconografiche spesso si trova legata alla palizzata una zucca del tipo allungato, detta "viulina", usata come idrometro: il vegetale seguendo il livello delle acque si alzava e in questo modo avvertiva dell’imminente piena. L’impresa è frequentemente corredata dalla parola in latino fido che esprime non solo la massima fedeltà del suddito al signore, ma ricorda anche che la forza del sovrano proviene dalla consapevolezza della totale fiducia dei sottoposti.

Il worbas

L’animale fantastico rappresentato in questa insegna ha le sembianze di animali diversi: ha la pelle maculata della lince, le ali spiegate ed enormi del grifo e la parte posteriore di un essere marino. Per questa triplice natura potrebbe alludere ai tre regni: terra, aria e acqua. Questo mostro viene rappresentato sempre seduto, con fare fiero, in prossimità di un corso d'acqua e spesso, come l'unicorno, all'interno di una siepe. Questi tratti, che condivide con la figura dell'unicorno, lo mettono in relazione alle bonifiche intraprese da Borso e lo qualificano come custode delle acque. Questa versione del worbas come simbolo legato alle bonifiche, può forse ricollegarsi al significato del motto worbas che troviamo abbinato alla ruota nella targa "dei leoni" posta sulla Torre di San Paolo nel Castello Estense di Ferrara. Il termine “worbas” sarebbe una versione antica di “worwaerts” oppure una forma arcaica di “vorbass” il cui senso è riferito all'idea dell’”andare avanti”, del procedere sempre verso il meglio. In questo caso potrebbe riferirsi propria alle attività volute da Borso per  migliorare le condizioni di vita del popolo.

Graticcio della siepe o Sieve

Anche il graticcio della siepe,  che protegge le campagne dalle alluvioni, è un simbolo della bonifica e della fecondità dei terreni. La siepe, disegnata in primo piano, è illuminata da delicati raggi d'oro che spuntano dalle nubi, mentre il sole che esce ad illuminare i campi simboleggia anche la presenza di Dio e quindi la fecondità del terreno bagnato dalle acque del fiume.

Gli emblemi legati alle attività agricole: gli oggetti della campagna diventano simboli

Il cesto rovesciato

La rappresentazione di un cesto di vimini rovesciato (o nassa) è ricorrente nel manoscritto. L’interpretazione dell'oggetto è ancora dibattuta, ma due ipotesi sono le più ricorrenti: la prima lo identifica come riparo per gli animali da cortile appena nati, per tenerli al caldo, come era in uso nelle campagne. Con questa considerazione l’emblema viene associato alla protezione offerta dal sovrano nei confronti dei propri sudditi ed è probabile che sia stata assunta dopo un successo militare in difesa del territorio e della popolazione. La seconda ipotesi lo indica come nassa per intrappolare il pesce.
L'albero

Grandi alberi, vigorosi, robusti, a volte inseriti all'interno di un graticcio oppure carichi di frutti colorati, si ritrovano spesso nella decorazione della Bibbia. Da sempre simbolo di fertilità indicano una campagna produttiva e feconda, grazie alle opere di bonifica intraprese dagli Estensi.

La chiodara
La chiodara, asse cum chiodi fiti suxo, è una tavola di legno alla quale sono infissi dei lunghi chiodi e che viene associata al lavoro nei campi. Il significato di questa impresa è ancora ipotetico, tra le varie interpretazione ricordiamo quella che la associa ad una specie di erpice, usato per dissodare il terreno; una sorta di aratro rudimentale che attraverso le corde veniva legato e trainato da un cavallo o da un bovino. Oppure è possibile identificarla come un cardo per la lavorazione della lana o del lino, o anche il simbolo per sottolineare come lo Stato sia reso forte dal governo di Borso.

Il colombarolo o beveraduro da colombi 

L'abbeveratoio dei colombi è un descritto come una bassa costruzione circolare, ritmata da numerose aperture e sormontata da cupola. La troviamo disegnata sia con l'acqua che fuoriesce in abbondanza dalle aperture laterali per dissetare i colombi sia senza. Nel primo caso può alludere alla figura di Borso che attraverso le sue azioni di buon governo favorisce i sudditi; nell'interpretazione di questo emblema bisogna anche considerare che l'allevamento dei colombi era un'attività molto praticata.

Le imprese legate al tema del fuoco: elemento di purificazione e rinascita

La bacinella con le fiamme

La bacinella è rappresentata come una costruzione esagonale con copertura cilindrica, dalla cui sommità e dai lati fuoriescono fiamme. Frequentemente è presente una bacchetta che esce dalla parte superiore. Questa rappresentazione è forse tra le più discusse e le sue possibili traduzioni restano molto distanti. Da un lato si è più volte ipotizzato che sia un'allusione alla potenza e alle virtù del sovrano; ipotesi rafforzata dal fatto che, a volte, è accompagnata dalle lettere "V I R" che possono indicare l'abbreviazione di virtusUna nuova visione, avanzata da Federica Toniolo, riconduce la raffigurazione ad un forno da vetro; ipotesi basata sul confronto con immagini di forni da vetro con sembianze molto simili a quelli presenti nella Bibbia. Sappiamo, inoltre, che negli anni di governo di Borso l'attività vetraria si svolgeva regolarmente e produceva oggetti anche di uso quotidiano.

L'idra

Il mito dell'Idra viene usato come simbolo di rigenerazione e di vittoria degli Estensi sugli avversari e probabilmente sul nemico più feroce, il Po. Il mostro, che viveva in una palude, aveva le sembianze di un serpente con sette teste, deriva dalla mitologia classica e ucciderlo fu una delle dodici fatiche di Ercole, il quale scoprì ben presto che tagliando una delle sue teste ne rinascevano altre. Anche questa raffigurazione allude all'opera di bonifica, che fu una vittoria degli Estensi, con la quale riuscirono a trasformare la palude in terreni fertili, risultato che era motivo di prestigio ed onore.

Gli emblemi del Duca: il potere raccontato per immagini

Il picchiotto o chiavadura todescha

Questa rappresentazione resta ancora la più misteriosa. La forma fa presupporre ad un tipo di battente da porta dalla forma di un drago e con all'estremità un fiore. L'interpretazione più plausibile porterebbe invece a leggervi uno strumento per la protezione del Duca, oppure un simbolo che evoca la sua riservatezza e la segretezza della politica, intendendo così glorificarne la figura attraverso l'esaltazione delle sue qualità.

Il battesimo o baptismo

La raffigurazione mostra un fonte battesimale con la copertura sollevata e al cui interno è talvolta presente una scodella, come in questo caso, altre volte una croce. Il suo significato si lega alla forte religiosità del committente ed anche al tema, sempre presente, dell'acqua. Il rito del battesimo, infatti, attraverso lo scorrere dell'acqua purifica e genera nuova vita, proprio per questo il simbolo allude anche alle attività di bonifica svolte da Borso che portano nuova vita alle terre strappate alle paludi.

L’anello diamantato

L'impresa è stata inserita in un secondo momento nella Bibbia, dopo il passaggio di proprietà ad Ercole I, succeduto a Borso alla guida del Ducato. L'emblema è rappresentato da un anello con un grosso diamante e avvolto da foglie. Al centro un fiore, spesso interpretato come melograno, che simboleggia la protezione del sovrano sulla città. Il simbolo del diamante, riconosciuto per la sua purezza, fortezza e lealtà, si unisce a quello dell’anello che richiama il potere reale. Insieme, propongono un'immagine di forza e resistenza contro i nemici.

 

Curiosità: oggi le imprese sono l’elemento caratterizzante delle Contrade del Palio di Ferrara. La città è divisa in 8 quadranti corrispondenti alle contrade: quelle all'interno delle mura sono i rioni, quelle esterne prendono il nome di borghi.

 

Bibliografia:

"La Bibbia di Borso d'Este" Bollettino d'Arte Serie VI n. 144 - Roma : Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 2008

"La corte di Ferrara" in "Gli Estensi", Il Bulino, 1997

"La Bibbia di Borso d'Este storia di un prezioso manoscritto" di Emanuela Burini, Sestante edizioni, Bergamo 2013

"Stemmi, imprese, natura dipinta" di Federica Toniolo in "La Bibbia di Borso d'Este commentario al codice", Franco Cosimo Panini, 1997

"Diamante! Curiosità araldiche nell'arte estense del Quattrocento" di Micaela Torboli, edizioni Cartografica, 2010

La Bibbia di Borso d'Este in mostra a Ferrara