Donne di casa d'Este. Isabella di Savoia: candida perla, testimone di virtù

Quel piccolo fazzoletto bianco trattenuto nella mano sinistra ancora oggi molto racconta della vita Isabella di Savoia (2 marzo 1591-22 agosto 1626). Il bianco splendente dell'abito e la cascata di perle con cui la ritrasse Sante Peranda ben si sposano a quanto scrissero tutti i biografi di lei che "Dal ciel più puro nobile pellegrina ea noi venne". Il fazzoletto resta fra le sue mani come testimone di quella nobiltà d'animo di cui intrise la Casa d'Este, in cui Isabella entrò come sposa dell'erede al Ducato, pur senza diventare Duchessa.

Figlia del "valoroso principe" Carlo Emanuele I di Savoia e di Caterina Michela d'Asburgo, entrò a Ferrara nella primavera del 1608, dopo aver celebrato le nozze a Torino. "Donna in altissimo luogo nato, uscita dalle grandezze di Torino" giunse in "casa d'Este antico nido d'Aquile generose", in una Modena che da soli 10 anni ospitava la Casata, dopo la costretta fuga da Ferrara, e in una Casata in cui incombeva la malattia mentale della duchessa Virginia. Accudì la suocera e ben presto iniziò ad accudire i suoi figli. Furono in tutto quattordici , ma non tutti giunsero all'età adulta, a partire dal primogenito Cesare, così chiamato in onore del nonno Duca, che morì all'età di 4 anni. La perdita dell'amato fratello Filiberto e dei figli fecero stringere ancora di più Isabella alle sue devozioni, accompagnate da "setolosi cilici, sferze del regio corpo", "pianti e sospir, preghi e digiuni".

Se le nozze tra Alfonso e Isabella vennero lodate in un balletto giocoso che raccontava dell'unione delle acque della Dora e del Panaro, quelle acque si trasformarono in un pianto che raggiunse l'apice alla morte di Isabella, con Alfonso “liquefatto in lacrime”. Dopo trentadue giorni di malattia in cui “assaliva la febbre, prevaleva il male in durissimi modi”, Isabella, consapevole di aver ormai poco tempo, volle tutta la famiglia intorno a sé.

Anche in quel momento seppe essere guida per marito e figli, amati di un amore grande, visibile nei numerosi ritratti che la stessa Isabella commissionò al pittore Sante Peranda e altrettanto visibile nella vita che, dopo la sua morte, scelse il suo sposo Alfonso. Divenne Duca senza risposarsi e abdicò dopo soli due anni diventando Fra Giambattista cappuccino: indossando il saio, rese omaggio alla devozione verso i Frati Cappuccini di quell'unica moglie, “Principessa in cui la finezza della pietà christiana e l'eminenza del valor politico fiorirono”.

 

Accorsi Sara, Le donne estensi.Donne e cavalieri, amori, armi e seduzioni, Cirelli&Zanirato, Ferrara 2009 (2. ed.)

Albrici Luigi, Delle lodi della serenissima infante Isabella di Sauoia principessa di Modona [!]. Oratione del p. Luigi Albrici piacentino della Compagnia di Giesù recitata da lui nelle solenni esequie celebrate à S.A. dal serenissimo Cesare d'Este duca di Modona [!], Cassiani, Modena 1626

Lecchini Roberto, Alfonso III duca di Modena e Reggio P. Giambattista d'Este cappuccino, Aedes Muratoriana, Modena 1979

Martinelli Bragia, Graziella, Sante Peranda e la ritrattistica alla corte di Cesare d’Este in Accademia Nazionale Scienze Lettere Arti di Modena, Memorie Scientifiche, Giuridiche, Letterarie, Ser. VIII, v. XV (2012), fasc. I

 

 

 

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